Il parto prematuro

Dr.ssa Claudia Armillotta


Nove mesi, nove lune, questo è il tempo della gravidanza.

A volte succede però che questo tempo si contrae e, prima del termine previsto, sognato, temuto, giunge all’improvviso l’evento atteso. Può essere un fulmine a ciel sereno, che ci piomba addosso e ci attraversa senza avvisaglie. O può essere preceduto da tanti segnali che il corpo, il bambino o le nostre immagini ci suggeriscono, ci inseguono e bussano alla porta della consapevolezza per prepararci. Ci si ritrova in ospedale, confusi, impreparati, spesso senza la famosa ‘borsa del parto’ con tutto l’occorrente per l’evento e la convalescenza.


UN MAGMA DI EMOZIONI

Un senso di allarme ci pervade: “E’ troppo presto!”, subito seguito dal SENSO DI COLPA: “Ho fatto qualcosa per danneggiare il mio bambino, non ho fatto attenzione, non me ne sono presa cura, sono una cattiva madre…”


E’ un magma di emozioni, che pulsano nella nostra testa e nel nostro corpo, in un travaglio infernale dove il dolore prende significati punitivi, anziché segnalare un passaggio importante, il primo grande passaggio di vita.


La PAURA è un altro sentimento. La paura è lecita, è vitale, ci fa produrre adrenalina, che è energia, ma, quando è troppa e pervasiva, invade tutto il nostro sapere antico legato a questo passaggio. Blocca, interrompe, impietrisce noi e il nostro bambino. La paura può essere cullata, accudita e condivisa con il nostro partner, non deve essere un ciclone che a suo piacimento ci disorienta e ci percuote. E’ importante riconoscerla, concederle uno spazio, darle dei nomi. Paura di morte, paura di danneggiare il bambino, paura che il bambino non sia sano e vitale, paura del suo e nostro dolore, paura dell’ignoto, della vita legata a un filo, o a un respiratore o a un’incubatrice della terapia intensiva.


Altra emozione dominante è la TRISTEZZA. Arriva dopo il parto, con passo leggero, ma come un’ombra ci oscura, pesa sul corpo, pesa sul cuore e pesa sulla pancia ormai vuota. La tristezza sembra solo un soffio, una brezza, ma è capace di portarci lontano, nella terra dell’oblio, dove ci si perde ed è difficile tornare. Si perdono le energie, la capacità di reagire, la possibilità di accompagnare il nostro bambino in un percorso difficile e tortuoso, ci isola.


La RABBIA, come controreazione a un programma rotto e interrotto, che può scagliarsi contro di sé, contro gli eventi, gli interventi medici o il bambino stesso.


L’ ANSIA, il non sapere quello che accadrà, in quanto tempo, quali sono le aspettative. In un mondo iperorganizzato come il nostro, rompe gli schemi e ci mette di fronte all’ignoto delle mille possibilità. Ci costringe a vivere attimo per attimo, a navigare a vista in un mare pieno di scogli e pericoli.


IL PARTNER

Il padre, o la figura affettiva di riferimento, è fondamentale in questo momento. La vicinanza fisica, il contatto del corpo, può dare spazio a una condivisione di questo magma di emozioni, non per controllarlo ma per percorrerlo insieme, rispecchiandosi nelle vicendevoli paure, rimanendo mano nella mano, non perdendo il contatto, costituendo nido e famiglia per quel cucciolo spaventato richiamato all’improvviso dal mondo uterino dei sogni.


E’ un momento di intimità, di ritiro sociale e introversione per la coppia genitoriale, che fianco a fianco è chiamata ad un percorso. A volte nel partner si innesca una reazione di fuga, razionalmente mascherata dalla necessità di portare avanti la parte pratica della vita: lavorare, mantenere i legami con l’esterno, badare agli altri figli. Nella giusta dose mantiene un legame con la terra, con la vita e la sua praticità, è però necessario stabilire come priorità la coppia e il prematuro neonato.


Spesso questi bimbi sono così piccoli da non aver ancora sviluppato lineamenti del volto caratteristici. E’ difficile quindi per i genitori identificarsi, trovare somiglianze che stimolino il legame diretto. La paura può portare a una difficoltà a riconoscersi come genitori di quel bambino, creando distanza come difesa al dolore.


LA FAMIGLIA ALLARGATA

Quando accade un parto pretermine, la madre, o il padre, scatenano un allarme generale che spesso coinvolge non solo il proprio nucleo intimo di relazioni ma si allarga a macchia, anche attraverso l’utilizzo dei social network.


La ricerca è di conforto, di aiuto e solidarietà, spesso però la risposta è di tale entità da invadere come uno tzunami l’intimità emotiva del momento. Nella nostra società il dolore è un tabù, alcuni reagiscono allontanandosi e negandolo, non sanno che fare, come affrontarlo, altri ne sono attratti come da una forza onnipotente che funziona da barriera al possibile contagio emotivo. Così a volte accade il contrario di ciò che viene auspicato: i parenti e gli amici più prossimi non riescono a reagire ed a essere di supporto, il dolore è così grande che fanno un passo indietro. Lo spazio si affolla però di quanti, anche con ottime intenzioni, offrono il loro aiuto, la loro presenza (spesso ingombrante perché non intima), i loro consigli, le domande e le richieste di aggiornamento.


La comunità allargata partecipa, fa rumore, fa eco, esprime giudizi, si presenta in ospedale in orario di visita, o anche fuori orario, con fiori, visi lunghi, riempiendo uno spazio di conversazioni che saturano i neogenitori e tolgono energie.


E’ importante saper far rispettare dei confini, non lasciarsi invadere dagli altri e arginare i curiosi. Un consiglio è di chiedere ad una persona intima di fare da ‘cuscinetto’, rispondendo alle domande ripetitive sugli aggiornamenti e allontanando con gentilezza chi decide di offrire la propria presenza senza concordarlo con i genitori.


IL TEMPO

Il tempo è una componente importante in questo processo. C’è un tempo contratto, quello della GRAVIDANZA, c’è il tempo del PARTO, che separa definitivamente, c’è il tempo del POST PARTO, dove le energie si dedicano al bambino. La madre ha bisogno di cure per recuperare, ma spesso si dimentica di sé. Questo genera un grande rischio, una madre che scioglie i propri legami con la terra non può essere un buon tramite per la vita terrena. C’è bisogno di lottare insieme, essere modello per il proprio bambino, non lasciarsi andare ma recuperare energie e trasmettere forza vitale.


C’è poi un tempo da rispettare, quello delle CURE, che procede passo dopo passo e non è detto che tutti i passi siano in avanti. La coppia potrà affrontare i moti involutivi solo se unita, e gioire insieme delle piccole conquiste.


Arriva poi il tempo delle DIMISSIONI della madre dall’ospedale. La distanza si allarga, è una fase difficile. Il ritorno a casa senza il bambino fa sentire la mancanza, il vuoto, cresce il senso di abbandono ed è qui fondamentale la fiducia nell’equipe medica e coltivare la capacità di rimanere in relazione nonostante la distanza, offrendo il proprio calore e il proprio contatto ogni volta che si può.


Alcune mamme usano il proprio latte come nutrimento per il bambino, è un latte ‘tirato’ che fa da ponte relazionale e costituisce il proprio contributo alla crescita, il bene prezioso di vita, nutrimento del piccolo corpicino ma anche dell’anima.


Questo tempo può sfibrare e stancare, è importante non essere soli, ma senza affollare il proprio spazio.


In seguito c’è un tempo per l’ELABORAZIONE. Si raccoglie la storia, prima parziale e frammentata, la si lega insieme, diviene raccontabile agli altri, ma prima di tutto a se stessi. Diviene la storia della famiglia, dove le emozioni vissute trovano un posto, hanno un senso, dove gli ostacoli che si susseguono trovano le risposte.


Nel tempo dell’elaborazione si può finalmente abbandonare il confronto con l’idea di gravidanza e parto ideali e plasmare, attraverso le parole, i fatti accaduti affinché divengano la propria realtà, unica, di quella mamma, quel papà e quel bambino. E’ un tempo di condivisione dell’esperienza, iniziata con i primi sguardi terrorizzati scambiati fra i genitori nella sala delle terapie intensive, che ora possono essere tradotti, raccontati. Il gruppo dei genitori di bambini prematuri costituisce un buon canale elaborativo dell’esperienza drammatica percorsa.


Raccogliere la propria storia di vita, del proprio bambino, renderla consapevole e raccontabile, permette l’elaborazione che contribuisce a non lasciare ombre, segreti e non detti, che costituiscono nascondigli perfetti per i mostri, creature non riconosciute, che tormentano le nostre esistenze familiari.


In alcuni casi è utile dedicarsi un tempo individuale, con un professionista psicoterapeuta che aiuti a ricucire le ferite e tenere insieme i pezzi di sé spezzati dal dolore e allontanati come non graditi. Questi ‘pezzi’ a volte tornano come boomerang a distruggere le parti sane.


E’ quindi utile farsi accompagnare per un tempo di elaborazione personale o di coppia, quando necessario. Quando l’esperienza crea uno strappo e si proiettano sull’altro le proprie paure e le proprie rabbie, allora può essere necessario un percorso di coppia che faccia emergere questa dinamica, ristabilisca la vicinanza e l’empatia, per accogliere le emozioni di entrambi, spesso simili anche se espresse con modalità differenti.


Il tempo del RITORNO A CASA richiede un riprogettare la quotidianità, dando spazio alle nuove esigenze.


Il tempo viene scandito da piccoli rituali che rendono unica quella famiglia. Il tempo personale, il tempo di coppia e il tempo della famiglia si intrecciano insieme creando armonie (e perché no, disarmonie) che sono la musica su cui danzare la vita, la crescita e la quotidianità familiare.

rmillotta

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