Tradimento e terapia di coppia: si può davvero ricostruire?
- 14 mag
- Tempo di lettura: 6 min
Scoprire un tradimento dentro la propria coppia è un'esperienza che assomiglia molto a un trauma. Il terreno sotto i piedi sembra cedere, e con esso saltano riferimenti che si davano per scontati da anni: chi è davvero questa persona accanto a me, di cosa posso ancora fidarmi, chi sono io stesso/a in tutto questo. La domanda che quasi sempre arriva al telefono, nelle prime settimane dopo la scoperta, è la stessa: si può davvero ricostruire? Si può ritrovare una coppia, dopo questo?
La risposta clinica è sì, in molti casi si può. Ma il modo in cui si arriva a quel sì è importante: non passa da formule, da promesse, o dal mettere una pietra sopra e "andare avanti". Passa da un percorso che ha una sua struttura riconoscibile, descritta da una delle ricerche cliniche più solide su questo tema: il modello in tre fasi sviluppato da Snyder, Baucom e Gordon, che al Centro Terapia di Coppia Torino utilizziamo come cornice di riferimento nel lavoro con le coppie che attraversano un tradimento.
Il tradimento come trauma interpersonale
La premessa concettuale di questo modello è importante perché cambia tutto il modo in cui si imposta la terapia. Snyder e colleghi propongono di leggere il tradimento come un evento traumatico interpersonale: non solo una ferita, ma un evento che frantuma le credenze di base su cui si appoggiava la relazione. La fiducia, certo, ma anche il senso di chi è il proprio partner, il senso di sé come persona amabile e degna di essere scelta, e perfino la lettura del passato ("se mi ha tradito allora, cosa di tutto quello che ho vissuto era vero?").
Da qui derivano molte delle reazioni post-scoperta che spesso vengono interpretate male: gli interrogatori ripetuti del partner ferito non sono "non riuscire a lasciar perdere", ma il tentativo, tipico nelle risposte al trauma, di rimettere insieme un puzzle frantumato. I flashback, gli sbalzi emotivi, le oscillazioni tra freddezza e crisi di pianto, l'incapacità di concentrarsi sul lavoro: sono manifestazioni post-traumatiche, non difetti di carattere. Saperlo cambia il modo di stare in questa fase, sia per chi la attraversa sia per chi le sta accanto.
Fase 1: l'impatto e la sopravvivenza
La prima fase, che Snyder chiama fase di impatto, occupa di solito i primi mesi dopo la scoperta. È il periodo della crisi acuta: emozioni a un'intensità che spesso le coppie non avevano mai sperimentato, vita quotidiana che si scompagina (non si dorme, non si mangia bene, non si lavora bene), conflitti che possono esplodere e fare ulteriori danni.
In questa fase non si cerca ancora di capire perché sia successo, e non si decide il futuro della coppia. Si fa una cosa più semplice e più difficile: si limita il danno. Il mantra clinico è "primo, non fare ulteriori danni". Concretamente significa imparare a contenere la rabbia in modi che non diventino umiliazione pubblica del partner, regolare l'esposizione del tradimento ai figli e alla rete sociale (chi sa, chi non sa, perché), gestire le interrogazioni ossessive in tempi e modi che non distruggano del tutto la convivenza, e — punto cruciale — non prendere decisioni irreversibili in stato di sopraffazione emotiva.
Le coppie che arrivano in questa fase al Centro Terapia di Coppia Torino spesso si aspettano di affrontare subito il "perché". Quasi sempre la prima cosa che facciamo è invece l'opposto: rallentare, contenere, costruire un minimo di sopravvivenza quotidiana. Senza quello, il resto non si può fare.
Fase 2: dare significato a quello che è successo
Solo quando la fase di impatto inizia ad allentarsi diventa possibile passare alla seconda fase: quella in cui si lavora sul significato. Cioè sul perché. È, di gran lunga, la fase più lunga e impegnativa del percorso, e quella in cui si fa la quota maggiore del lavoro terapeutico.
Capire perché un tradimento è avvenuto non significa giustificarlo. È un equivoco frequente, su cui vale la pena essere chiari: comprensione non è giustificazione. Significa, invece, ricostruire la storia che ha portato a quel punto, identificando i fattori che hanno contribuito — vulnerabilità individuali di chi ha tradito, dinamiche della coppia che si erano stratificate, eventi esterni di stress, opportunità, fragilità della persona ferita di cui forse non si era abbastanza presa cura.
Questa ricostruzione è terapeutica perché restituisce, a entrambi, un senso di comprensibilità. Il partner ferito esce dalla domanda assordante "come hai potuto?" e arriva a una mappa, anche imperfetta, di come si è arrivati lì. Il partner che ha tradito, dal canto suo, ricostruisce una versione di sé che include quel gesto senza essere distrutto da esso — non lo discolpa, ma lo riumanizza. È la condizione necessaria perché entrambi possano stare ancora nella stessa stanza senza che uno dei due si senta un mostro e l'altro un giudice.
È in questa fase che, di solito, emergono i veri nodi della coppia. Il tradimento è spesso un sintomo di problemi che precedono, anche di anni. Distanze emotive sedimentate, sessualità che si era spenta senza essere nominata, contratti impliciti che uno dei due aveva smesso di onorare. Affrontare il tradimento senza affrontare quei nodi significa lasciare la coppia esposta a ripetersi. Affrontarli, è la parte costruttiva del percorso.
Fase 3: decidere, e andare avanti
La terza fase è quella della decisione e del movimento in avanti. Non sempre questa fase porta a "restare insieme". A volte il lavoro della Fase 2 fa emergere che la coppia non ha più le risorse, o la volontà, per ricostruire. In quel caso il percorso si trasforma: diventa un accompagnamento alla separazione, che pure è un lavoro che la terapia di coppia può fare, e che spesso fa la differenza per come le persone usciranno da quella relazione — più o meno integre, più o meno capaci di costruirsi dopo.
Quando invece la coppia decide di restare, la Fase 3 lavora su due piani. Il primo è la ricostruzione concreta della fiducia, che non si chiede e non si concede in blocco: si costruisce a piccoli passi, su aree specifiche, attraverso comportamenti prevedibili e affidabili nel tempo. "Mi fido di te" è una frase, non una realtà; la realtà è una serie di piccole esperienze accumulate in cui l'altro fa quello che dice di fare, è dove dice di essere, dice la verità su cose minori e maggiori. La fiducia si guadagna nel tempo, non si dichiara.
Il secondo piano è la gestione dei flashback, che possono comparire anche a distanza di mesi o anni: un dettaglio, un anniversario, una scena vista in un film. Le coppie che ce la fanno non sono quelle in cui i flashback smettono di esistere, sono quelle in cui c'è un modo concordato per gestirli quando arrivano, senza che ogni volta si torni alla casella di partenza.
Cosa cambia con una terapia di coppia in questa fase
Affrontare un tradimento senza un terzo che ascolti è teoricamente possibile, praticamente molto difficile. La forza delle emozioni in gioco rende quasi impossibile per i due partner sostenere quella conversazione senza ferirsi ulteriormente. La terapia di coppia offre, in questo, una funzione di contenimento che da soli non si può creare: qualcuno che regola il ritmo, che decide quando insistere su una domanda e quando rinviarla, che fa in modo che la rabbia del partner ferito venga ascoltata senza distruggere il partner che ha tradito, e che la fatica del partner che ha tradito a stare con la colpa venga riconosciuta senza minimizzare il dolore dell'altro.
È un lavoro lungo. Le coppie che imboccano questo percorso al Centro Terapia di Coppia Torino di solito impegnano dai sei mesi a un paio d'anni, a seconda della profondità dei nodi che emergono. Non sempre arriva a un "siamo come prima" — e in realtà, non deve. Le coppie che escono bene da un tradimento non sono quelle che tornano com'erano, sono quelle che diventano qualcosa di diverso, di più consapevole. A volte, paradossalmente, di più solido.
Se state attraversando questa esperienza
Se state vivendo un tradimento — da una parte o dall'altra — e vi state chiedendo se valga la pena tentare, la cosa più utile è non decidere subito. Le decisioni prese nella fase di impatto sono spesso decisioni che chi le prende rivede a distanza di sei mesi, in un senso o nell'altro. Un primo colloquio serve proprio a questo: rallentare, riconoscere a che punto siete, capire se c'è materia per un percorso e quale. Al Centro Terapia di Coppia Torino accogliamo regolarmente coppie nella fase più acuta. La prima cosa che facciamo è dare un po' di terreno sotto i piedi.

Commenti