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Si può fare terapia di coppia se uno dei due non vuole? Cosa dice la clinica

  • 14 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

È una delle domande che ci sentiamo fare più spesso, di solito al telefono o nella prima mail di contatto. Una persona racconta una crisi che si trascina da tempo, dice di aver pensato a un percorso di terapia di coppia, e poi aggiunge: "il problema è che il mio partner non vuole". A volte la frase finisce lì, altre volte segue una mezza richiesta di consiglio. La risposta breve è sì, si può fare qualcosa anche quando uno dei due non vuole. La risposta lunga, che merita di essere data, è un po' più articolata.

Una premessa: la coppia non si può portare in terapia con la forza

Cominciamo da quello che è importante riconoscere subito: una terapia di coppia in cui un partner viene trascinato dall'altro contro la propria volontà non funziona, e di solito peggiora le cose. Il setting di coppia richiede che entrambi i membri portino, anche minimamente, una disponibilità a stare nella stanza e a guardarsi insieme. Senza quello, non si tratta più di terapia: si tratta di un'altra arena dove litigare, con un testimone pagato.

Detto questo, la realtà clinica è molto più sfumata di un bianco/nero "vuole/non vuole". Quasi nessuno arriva motivato al 100% — la motivazione al cambiamento è quasi sempre ambivalente, in entrambi i partner. La domanda vera non è se l'altro vuole, ma quanto è disponibile a fare un primo passo, anche piccolo.

Capire perché non vuole

Quando un partner "non vuole", quasi mai significa una cosa sola. Dietro un rifiuto possono esserci ragioni molto diverse, e capire qual è in gioco aiuta a capire come muoversi.

Paura. La terapia di coppia evoca l'idea di mettere a nudo cose dolorose. Per chi è meno avvezzo a parlare di emozioni, è una prospettiva spaventosa. Spesso il "non voglio" è un "ho paura, e non so come dirlo".

Vergogna. L'idea di rivelare a un terzo i propri fallimenti relazionali, sessuali, comunicativi può attivare un senso di vergogna intenso. Più la persona è abituata a controllare l'immagine di sé, più resiste.

Sfiducia nella terapia in sé. "Non serve a niente", "sono soldi buttati", "è solo per chi sta male di testa". Quando è questo il blocco, di solito chi rifiuta non ha mai avuto un'esperienza diretta della psicoterapia e parla per sentito dire o pregiudizi familiari.

Convinzione che il problema sia dell'altro. "Sei tu che hai bisogno di terapia, non noi". È una posizione difensiva molto comune. Riconoscere di essere parte di una dinamica di coppia significherebbe accettare una quota di responsabilità che, in quel momento, sembra insopportabile.

Mancanza di motivazione effettiva. A volte, semplicemente, un partner ha smesso di investire nella relazione e non vuole più farlo. Il "non voglio andare in terapia" può essere un sintomo di una decisione già presa di lasciar perdere, che però non viene detta in chiaro.

Queste ragioni hanno conseguenze cliniche molto diverse. Una paura si lavora. Una sfiducia si argomenta. Una scelta già presa di non investire più nella relazione richiede una conversazione di un altro tipo — magari individuale, magari proprio per accettare che la coppia è finita.

Cosa si può fare quando arriva uno solo

Al Centro Terapia di Coppia Torino non rifiutiamo mai un primo colloquio a chi arriva da solo, anche se la richiesta riguarda la coppia. Quel primo incontro serve, e serve molto, anche se l'altro partner non c'è.

Concretamente, in un primo colloquio individuale di questo tipo lavoriamo su tre piani.

Capire dove sta davvero il blocco. Quasi sempre, parlando, emerge che il quadro è più articolato di quello che la persona aveva descritto al telefono. Il "non vuole" si chiarisce in qualcosa di più specifico, e specifico significa lavorabile.

Decidere come riproporre la cosa al partner. Spesso il modo in cui si chiede la terapia di coppia determina la risposta. "Andiamo da uno bravo, ne abbiamo bisogno noi due" funziona molto meglio di "devi venire in terapia perché sei un disastro". A volte cambiare il modo della richiesta sblocca tutto.

Lavorare su di sé in attesa. Anche quando la coppia non parte, lavorare individualmente sulla propria parte nella dinamica è un investimento solido. Migliorare la propria comunicazione, riconoscere i propri pattern, gestire meglio le proprie reazioni — tutto questo cambia comunque la relazione, anche se l'altro non si muove. A volte è esattamente il momento in cui un partner inizia a stare meglio per conto suo che l'altro decide di entrare.

Le "sedute di consulto" come ponte

Una strategia che usiamo spesso è proporre al partner riluttante non una "terapia", ma una o due sedute di consulto. La differenza è importante. La parola terapia evoca un percorso lungo, un impegno aperto, qualcosa di vincolante. Una consulto è invece un incontro circoscritto: una o due volte, si viene insieme, si racconta la situazione, il terapeuta restituisce uno sguardo, e poi si decide se proseguire.

Questa cornice, meno minacciosa, riesce spesso a far attraversare la soglia anche a chi è scettico. E quando il partner riluttante varca la porta, vede che la stanza non è un tribunale ma uno spazio in cui parlare con un certo ordine, accade qualcosa: di solito, il blocco si attenua. Non sempre. Ma più spesso di quanto si pensi.

Quando l'altro dice di no anche al consulto

Se anche un consulto singolo viene rifiutato, è importante non insistere all'infinito. Mettere pressione, ricattare emotivamente, condizionare gesti di affetto al "sì" della terapia, sono strategie che peggiorano le cose. Comunicano all'altro che non lo si sta ascoltando, e nutrono esattamente la difensività che si vorrebbe spegnere.

In questi casi, la cosa più produttiva è di solito muoversi su due piani: lavorare seriamente sul proprio percorso individuale (che, ripetiamo, non è una scelta di ripiego: è un investimento reale), e, quando se ne presenta naturalmente l'occasione, far conoscere al partner persone che hanno fatto terapia di coppia e ne parlano in modo positivo. Cambia molto più una testimonianza diretta di un amico che cento volte le proprie insistenze.

Se vi trovate in questa situazione

Se uno dei due di voi vuole tentare un percorso di terapia di coppia e l'altro è restio, ma c'è ancora una disponibilità minima a parlarne, vale la pena fare un primo colloquio. Al Centro Terapia di Coppia Torino accogliamo regolarmente coppie in cui uno dei due partecipa con una dose di scetticismo: è normale, e spesso quella diffidenza si scioglie dopo un paio di incontri. Anche se decide di iniziare uno solo dei due, è un punto di partenza. E in molti casi, il movimento del primo trascina il secondo.

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