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Come scegliamo il nostro partner: quello che la psicologia ha capito (e quello che no)

  • 19 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

La domanda sembra semplice. Chi scegliamo come partner? In realtà, posta così, è già fuorviante — perché presuppone che la scelta sia davvero nostra, consapevole, libera. La ricerca in psicologia clinica e relazionale da decenni suggerisce qualcosa di più complicato: che quella scelta è spesso già avvenuta prima ancora che la incontrassimo.

E questo — lungi dall'essere un destino — è il punto di partenza clinicamente più interessante.

Il riconoscimento che assomiglia all'amore

C'è un momento, nelle storie di coppia, che viene descritto in modo sorprendentemente simile da persone molto diverse: la sensazione di aver già incontrato quell'altro, da qualche parte. Una familiarità inspiegabile, un "ti conosco" che precede qualsiasi conoscenza reale.

Non è romanticismo da romanzo. È psicologia. Quello che chiamiamo attrazione è spesso un processo di riconoscimento: siamo attratti da chi assomiglia — per comportamento, stile relazionale, carattere — alle figure significative della nostra storia. Non necessariamente i genitori nel senso più ovvio. Ma chi ha dato forma, per primo, a come ci aspettiamo che l'altro si comporti con noi.

Questo effetto — il cosiddetto Mere Exposure Effect applicato alle relazioni — porta a trovare gradevole e rassicurante ciò che è familiare. Anche quando quella familiarità è disfunzionale. Anche quando l'altro riproduce esattamente le dinamiche relazionali che si ripetono che avremmo detto di voler evitare.

Cosa cercano davvero le persone (e cosa credono di cercare)

C'è uno scarto significativo tra quello che le persone dichiarano di cercare in un partner e quello che effettivamente scelgono. Chi racconta di voler qualcuno "stabile e affidabile" spesso si ritrova con qualcuno di emotivamente distante. Chi dice di voler "qualcuno diverso dal mio ex" si accorge — a relazione già avviata — di aver scelto qualcuno con le stesse dinamiche relazionali, appena mascherate.

Questo non significa che le persone mentano. Significa che i processi alla base della scelta del partner operano in gran parte fuori dalla consapevolezza. La Schema Therapy, sviluppata da Young e colleghi, descrive bene questo meccanismo: scegliamo chi attiva i nostri schemi non perché vogliamo soffrire, ma perché quello schema è il territorio emotivo che conosciamo — e il familiare ci sembra sicuro.

C'è anche un meccanismo opposto, più raro ma clinicamente significativo: quello che viene chiamato "esperienza emozionale correttiva". Una persona entra in contatto con un partner realmente diverso dagli schemi della propria storia, e — quando questo avviene in modo sostenuto — può rivedere le proprie aspettative profonde. Non è comune, e non è rapido. Ma è una delle finestre di cambiamento più importanti.

La scelta come strada a doppio senso

C'è un aspetto della scelta del partner che la ricerca fatica a modellizzare: a differenza di quasi ogni altra scelta, quella del partner richiede che anche l'altro scelga. Non basta essere attratti. Bisogna essere scelti.

Questo introduce una complessità che i modelli centrati sul singolo individuo tendono a sottovalutare: la relazione è un sistema, fin dall'inizio. La coppia che si forma non è la somma di due scelte individuali. È il risultato di una negoziazione — spesso implicita, spesso inconsapevole — tra due storie relazionali che si incontrano.

In terapia di coppia, questo punto diventa spesso centrale: capire non solo "perché ho scelto questa persona", ma anche "perché eravamo entrambi pronti a questo incontro". Entrambe le domande aprono spazi clinici molto diversi.

L'innamoramento come sospensione critica (temporanea)

Durante l'innamoramento le nostre capacità di valutazione critica si riducono significativamente. Non è un modo di dire romantico. La fase acuta dell'attrazione si accompagna a una idealizzazione dell'altro, a una minimizzazione dei segnali discordanti, a una collusione reciproca nelle aspettative di completamento.

Questo non è un problema in sé. È una fase. Il problema clinico emerge quando la coppia non riesce ad attraversare il passaggio dall'idealizzazione all'integrazione — quando i modi di parlarsi che logorano la relazione prendono il sopravvento e non c'è una base solida su cui reggere quella transizione.

Molte coppie arrivano in terapia di coppia proprio qui: "non è la persona che credevo". E spesso, a guardarla bene, quella persona era lì fin dall'inizio — solo che certe cose non si vedevano, o non si volevano vedere.

Cosa cambia dopo la consapevolezza (e cosa no)

Una domanda che torna spesso in terapia — sia individuale che di coppia — è questa: se capisco perché ho scelto questa persona, posso fare scelte diverse in futuro?

La risposta è: parzialmente sì, ma non nel modo in cui si spera. La comprensione intellettuale degli schemi relazionali è necessaria, ma da sola non basta a modificare i pattern di scelta. Quello che cambia — e in modo più stabile — è l'elaborazione emotiva delle esperienze che hanno generato quegli schemi. Questa è la differenza tra "capire perché" e "riuscire a fare diversamente".

Non è pessimismo. È realismo clinico. E il realismo, qui, è già un punto di partenza.

La domanda "come scegliamo il nostro partner" continua ad avere risposte parziali. Forse perché la scelta, nella coppia, non finisce mai davvero — si rinnova, o si chiude, ogni giorno.

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